Il tempo è opportuno: equità, solidarietà e responsabilità per uscire dalla crisi
Position paper

1.    Quale strategia per governare la crisi?

La crisi finanziaria  aggredisce l’economia reale; incide sulla vita delle persone; rende più cupa ed infelice l’esistenza di milioni di persone e su paesi e generazioni incombe un cielo plumbeo dal quale si stenta ad intravedere qualche squarcio d’azzurro sul futuro. Questa crisi, che sta mettendo in discussione l’intero sistema produttivo e sta creando milioni di disoccupati, aggravata dalla crisi ambientale segnata da cambiamenti climatici e dalla crisi energetica che genera ulteriori disuguaglianze tra Paesi e tra ceti sociali, richiede di essere affrontata efficacemente con cambiamenti profondi e non più rinviabili del modello di sviluppo planetario. Infatti, neppure il modello di sviluppo energivoro e fondato sul consumo irresponsabile delle risorse naturali limitate del pianeta nel quale abbiamo vissuto non può pensare di continuare a far pagare gli output negativi della crescita al Sud del mondo perché la crisi sociale che così si è generata e si aggrava di giorno in giorno ha raggiunto livelli insostenibili di entropia sociale.

Questa triplice dimensione della crisi, che è globale e non limitata né ad una parte del mondo né al solo settore finanziario, segna la fine del ciclo liberista iniziato con le reaganomics e il darwinismo sociale alla Thatcher, che si fondava sulla delegittimazione di qualsiasi regolamentazione del mercato, dello Stato sociale e dell’uso delle risorse. Alla base di questa ideologia stava l’idea che la globalizzazione aveva in sé i meccanismi di autoregolamentazione interni che l’avrebbero resa virtuosa e riproducibile lungo un asse lineare di crescita che avrebbe trainato il miglioramento delle condizioni di vita del Sud del mondo, avrebbe risolto con le innovazioni tecnologiche gli effetti dell’entropia sull’ecosistema e avrebbe permesso una crescita continua dell’economia finanziarizzata. Così, hanno in realtà governato il sistema globale le lobby del petrolio e delle armi, le grandi concentrazioni finanziari e i grandi gruppi multinazionali. La crisi economico-finanziaria, quella ambientale e quella sociale, non sono eventi accidentali, sconnessi tra loro e fronteggiabili con gli strumenti, i soggetti e i modelli culturali che hanno governato fin qui la globalizzazione. Nei processi di immigrazione un protagonista sempre più frequente è il “profugo ambientale”, che fugge da terre devastate che offrono sempre meno risorse. Ancora più stretto e feroce può diventare il nesso tra crisi economica e sociale. Pensiamo agli esuberi e alla chiusura in questi mesi di centinaia di migliaia di contratti a termine: quali riflessi potrebbe innescare nei territori della penisola (e non solo del Nord Est) un’assenza prolungata di nuove occasioni di lavoro nel rapporto con le comunità di immigrati ormai e nell’accoglienza dei nuovi flussi di immigrazione?

Per uscire da questa crisi che ci sta investendo come un fiume in piena e che sta deprimendo lo spirito e l’economia del pianeta, è necessario avere consapevolezza della dimensione e della profondità del cambiamento necessario. I diversi piani di intervento pubblico che a più livelli (da quello europeo a quelli statali) si stanno approntando avranno ben scarsa possibilità di successo se si limiteranno ad immettere nuove risorse pubbliche in una economia vecchia. E, per di più rischiano di consegnarci l’idea di un pubblico che non governa autonomamente l’economia avendo come fine il bene comune ma che è eterodiretto, incapace di cambiare le regole con cui si sviluppano le dinamiche sociali, economiche e produttive.
La politica, infatti, sembra aver rinunciato a svolgere la sua essenziale funzione di tutela dell’interesse pubblico (la tutela dei beni comuni), di regolazione delle forze dell’economia e di protezione dai rischi per i più deboli (welfare state e politiche di riequilibrio sociale). Questa abdicazione della politica rende oggi i suoi protagonisti sempre meno credibili nel momento in cui dichiarano e si muovono per un intervento pubblico per tentare di fermare la piena del crollo del sistema dell’economia mondiale. La crisi economico-finanziaria, quella ambientale e quella sociale, non sono eventi accidentali, circoscritti e fronteggiabili con gli strumenti, i soggetti e i modelli culturali che hanno governato fin qui la globalizzazione.
Occorre una dimensione nuova del governo dei processi proprio per superare la crisi e mutare i presupposti che l’hanno resa possibile.

A Terra Futura abbiamo indicato le linee di una azione di governo sostenibile delle risorse ambientali; abbiamo proposto una direzione dei processi di globalizzazione orientati ad una maggiore giustizia globale e per combattere povertà e marginalità; abbiamo segnalato i rischi di una finanziarizzazione dell’economia, che fondandosi su crescita senza limiti e senza regole avrebbe rischiato di crollare sotto il peso delle sue stesse illusioni e delle sue interne aporie, producendo nuove povertà e una crisi globale di sistema.
Nello stesso tempo Terra Futura è stata il luogo dove si sono mostrate concretamente soluzioni alternative a questo sistema: esperienze e strumenti della finanza etica, di welfare di comunità per garantire maggiori livelli di protezione degli individui dai nuovi rischi di marginalità, maggiori possibilità di una vita degna e di un futuro migliore, di cooperazione allo sviluppo, di sviluppo sostenibile.
Nel corso degli anni queste esperienze si sono radicate, evolute e rafforzate e rappresentano, per migliaia di persone, per comunità locali, per gruppi della società civile dei concreti modi per sopravvivere alla crisi, per affrontare in modo positivo e felice gli effetti depressivi della crisi. Sono esperienze e idee che, se trasportate e adattate alla scala macroeconomica, possono costituire la risposta vincente ai prossimi difficili anni che ci aspettano.

E’ necessaria una strategia chiaramente e coerentemente orientata verso la sostenibilità ambientale, sociale ed economica; che combini investimenti in moderne infrastrutture per la riconversione ecologica della produzione e l’approvvigionamento energetico, con risorse per un welfare di comunità più aperte, coese e solidali, con finanziamenti adeguati ad investire su una società delle conoscenze e dei saperi solidamente organizzata per sostenere un n uovo modello di sviluppo. E’ una strategia che implica e propone una redistribuzione equa di rosorse e di opportunità, che, perciò, si costruisce con la società italiana, non contro le parti più dinamiche o prescindendone, di essa e  che quindi implica un forte investimento sul terreno della partecipazione e  della democrazia.
Responsabilità e solidarietà sono i caratteri identificativi di questa strategia.
Paradossalmente proprio questo momento così critico, può trasformarsi in tempo opportuno per innescare finalmente quei cambiamenti che invocano da anni i critici della globalizzazione senza regole.

Per questo è richiesto un cambiamento profondo dei protagonisti, dei metodi e della cultura politica, affinché questa torni a rappresentare un motivo di speranza in un progetto di cambiamento della società, di maggiore equità ed equilibrio, di felicità per tutti e per le generazioni future.
E’ questo ciò che ha rappresentato Barack Obama negli Stati Uniti, tanto da muovere milioni di persone in una esperienza di coinvolgimento e di passione per la politica che non si vedeva da decenni in America e in Occidente.
La proposta di un Green New Deal che affronti la crisi globale con un investimento straordinario nelle energie rinnovabili (per ridurre la dipendenza dal petrolio), nella riduzione delle emissioni di CO2 per combattere i cambiamenti climatici (tutelando l’ambiente, garantendo il futuro e creando milioni di nuovi posti di lavoro), nell’industria ambientale e nell’agricoltura ecologica che il presidente eletto ha avanzato per gli Stati Uniti è la strada giusta che dovrebbe trovare in Europa e nel resto del mando analogie e sostegni. E’ un’idea corretta di eco-keynesismo, che immette grandi quantità di soldi pubblici nel sistema economico-produttivo ma non per salvare banche responsabili della crisi o per reiterare gli stessi meccanismi che ci hanno portato dove oggi siamo, bensì per cambiare il sistema economico-produttivo attraverso investimenti nella riconversione ecologica del modello di sviluppo e in una pratica diversa dell’economia, al servizio dell’uomo e del vivente, nella prospettiva della sostenibilità, della giustizia, della sobrietà, dell’etica.

2.    Governare la globalizzazione
Nel tempo della globalizzazione, la dimensione del governare ha subito una estensione in tutte le sue direzioni: verso l’alto (la dimensione dei problemi globali), verso il basso (quella dei temi locali), in profondità (cioè in tutti gli ambiti della vita), nella qualità (le conoscenze e le implicazioni necessari per il governo di ogni problema), nella quantità (di soggetti e di interessi coinvolti), nelle interconnessioni. In una parola, la globalizzazione ha prodotto una espansione geometrica della complessità dell’azione di governo. E tuttavia la necessità di questo fondamento della presenza umana sulla terra è, parallelamente, cresciuta: governare è una esigenza ineludibile e urgente. Lo dimostra proprio la recente crisi finanziaria mondiale nella quale è venuta in drammatica evidenza l’inconsistenza del mito di una economia globale che non avesse necessità di un governo politico in quanto le sue regole intrinseche erano in sé virtuose.
Ma governare non è solo il compito delle istituzioni o delle segreterie di partito, governare è anche la capacità delle associazioni, dei comitati, dei movimenti - in una parola dei cittadini organizzati - di incidere sulle scelte della politica e dell’economia, di essere forza d’urto e al tempo stesso riflessione e stimolo di nuovi patti locali.
Solo in questa reciproca assunzione di responsabilità, in questo continuo intreccio tra “alto” e “basso”  si definisce il “governo” della globalizzazione

3.    Governare per cambiare lo sviluppo
Governare è un compito umano che implica una pluralità di competenze e soggetti che vi partecipano e una straordinaria consapevolezza della complessità: non sono percorribili strade che spingono verso vertici monolitici (anche quando democraticamente eletti) l’intera responsabilità del governo; non può essere solo l’azione di istituzioni statuali o del decentramento ad esercitare azione di governo, dal momento che istituzioni del civile organizzato governano quotidianamente processi pubblici e sociali con l’obiettivo del bene comune; né possono essere le libere ed anarchiche dinamiche dei mercati globali ad occupare lo spazio del governare; neppure la sola tecnologia o la sola economia o la sola politica possono assolvere ad un compito così vasto e decisivo.
Nelle molteplici forme che oggi assume l’attività del governo, da quello pubblico a quello delle imprese private, dalle grandi istituzioni economiche mondiali alle piccole comunità locali, dalle forme associative di base alle istituzioni sovrastatali, una ci pare essere la stella polare verso la quale tenere sempre rivolta la prua della nave: la consapevolezza (e la cautela e responsabilità che ne derivano) delle implicazioni che ogni azione, scelta, decisione anche di livello locale ha sulla dimensione globale dei problemi. Tale consapevolezza - che ovviamente vale anche nella direzione opposta, cioè l’influenza che i problemi globali hanno sulla vita individuale di ciascuno – dovrebbe “condizionare” le opzioni di governo degli Stati come degli enti locali, delle famiglie come delle imprese. Così, nella considerazione degli effetti di una certa decisione deve entrare a pieno titolo il contributo che essa darà ai problemi globali: costruire o meno una nuova arteria stradale o un nuovo insediamento urbanistico ha un significato non solo per le comunità locali direttamente interessate dalla loro presenza fisica, ma anche per la più ampia comunità implicata nei problemi del riscaldamento globale, della crisi energetica, del depauperamento dei beni comuni limitati e non riproducibili; una comunità compresa in confini spaziali e temporali molto più vasti, fino a comprendere le generazioni non ancora presenti.
Solidarietà e responsabilità sono i due assi portanti del governare nell’età della globalizzazione, ma con ambiti necessariamente dilatati e interconnessi che nessuna forma di governo, neppure quella democratica, si è trovata fino ad oggi ad affrontare.
E, ancora, oggi governare deve significare operare attivamente in una logica di equità e di redistribuzione di risorse,  ponendosi esplicitamente l’obiettivo della sostenibilità e, insieme, della ricostruzione di legami di comunità.
Questa idea e pratica di governo rompe i confini tradizionali delle democrazie moderne, fondate su comunità statuali storicamente determinate e distinte, con rigide gerarchie istituzionali; impone di far intervenire nei processi decisionali soggetti informali e modalità non standardizzate; chiede alla politica la pazienza e l’intelligenza della composizione di interessi prossimi e lontani, all’economia di lavorare per l’uomo e non per il denaro, alle famiglie e agli individui di comprendere nel governare le proprie scelte una dimensione sociale più estesa dei propri interessi immediati.

4.    Governare per il Pianeta
Cambiamenti climatici e disoccupazione sono il paradigma di questa mutata condizione. Dietro a questi due fenomeni apparentemente distanti, c’è la radice comune di un pensiero dominante che ha completamente e volutamente ignorato il confronto tra economia e leggi della fisica, tra produzione di merci e dissipazione di risorse naturali e di energia utilizzabile. E’ riduttivo pensare che la crisi attuale sia imputabile solo a un eccesso di finanziarizzazione allegra. C’è qualcosa nel cuore stesso della produzione manifatturiera che da molto tempo segnalava un problema. E il problema è esploso con la globalizzazione, quando 10. 20, 30 Paesi del Sud del mondo hanno cominciato a  produrre le stesse cose nostre in quantità anche maggiore, utilizzando le stesse materie prime e le stesse fonti di energia e producendo lo stesso tipo di rifiuti.
Non si può più pensare quindi di rianimare il ciclo economico con un carnet di “Grandi Opere” o meglio “facendo fare buche per poi riempirle” agli operai con la scusa che è un modo come un altro per creare reddito e stimolare nuova domanda. La febbre del pianeta e la crisi energetica non ci permettono più di usare “un modo come un altro”. Non può esserci risposta seria ai cambiamenti climatici senza la creazione di nuova occupazione per produrre cose utili col massimo di efficienza. Non si esce insomma da questa crisi se economia ed ecologia continueranno ad andare per strade diverse e spesso divergenti.

5. Un Green New Deal: il ruolo dell’Europa
Il protocollo di Kyoto, per quanto contraddittorio e criticabile, è stato uno dei primi seri tentativi di concertare una risposta globale a un problema comune.
L’anno 2009 sarà decisivo per il negoziato internazionale che si chiuderà a Copenhagen: la consistenza degli impegni che gli Stati assumeranno per invertire la tendenza al riscaldamento globale e la cogenza degli stessi, saranno la misura della loro stessa capacità di saper assumere al livello adeguato i valori della solidarietà e della responsabilità. Proprio il progetto di un Green New Deal del presidente eletto degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, o il rapporto del Green New Deal Group inglese, possono essere il segno di un cambiamento di fase nell’atteggiamento dei governi rispetto ai problemi climatici e globali dell’ambiente in generale: la necessità, non più rinviabile, di interventi per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera può essere una occasione irripetibile per cambiare senso e direzione al proprio modello di sviluppo. Una occasione per investimenti pubblici importanti per le energie rinnovabili (riducendo la dipendenza dal petrolio, cambiando contenuti e modalità della produzione manifatturiera, della mobilità dei consumi), per creare milioni di posti di lavoro nell’economia “verde” (combattendo così la crisi economica) e tutelando le risorse naturali. Questo progetto sta già  stimolando approcci analoghi in Inghilterra e in Germania e, ci auguriamo, potrebbe contagiare altri governi.
Le scelte di politica ambientale, infatti, riguardano e chiedono analoga coerenza alle istituzioni internazionali, ai governi statali, agli enti locali, agli individui, perché tutti possono dare un contributo al governo lungimirante e sostenibile dei beni comuni, nella consapevolezza che l’interesse circoscritto ad uno Stato, ad una città o ad una famiglia si salda con quello globale della  sopravvivenza della biosfera, con la sua varietà e quantità di risorse naturali che non ci appartengono e che abbiamo in comodato gratuito con l’obbligo di restituirle integre alle generazioni future.

 

6.    Governare per consolidare ed estendere i diritti: welfare state e crescita economica, un legame da ricostruire
Il rapporto fra problemi globali e le condizioni anche locali di povertà è reale e sta in un rapporto di causalità diretta. Se è vero, come abbiamo visto, per i cambiamenti climatici, è vero anche per quel che riguarda il rapporto tra crisi finanziaria globale, crisi economiche nazionali, recessione e disoccupazione che quindi possono e debbono essere governati e risolti.
Il numero di coloro che in breve tempo si troveranno senza lavoro – e dunque senza mezzi di sostentamento, ma anche senza un proprio ruolo sociale riconosciuto – è drammaticamente destinato a crescere i tutto il mondo. Già negli Stati Uniti si fanno le prime stime. Per la Cina non si azzardano numeri, ma si sa già che la crisi avrà, se possibile, conseguenze ancor più devastanti.
Anche in Italia i primi effetti della crisi si stanno facendo sentire, mentre la crescita del debito anche nel nostro Paese rischia di tagliare drasticamente il denaro destinato agli ammortizzatori sociali e, in generale al sistema di welfare.  Le conseguenze sono facilmente immaginabili: con il crescere della disoccupazione e la diminuzione delle fasce coperte da protezione, l’area  delle povertà e dell’esclusione sociale sono destinate a crescere anche nel nostro Paese, determinando l’allargamento della forbice tra situazioni di ricchezza e di povertà.
Proprio in questo momento la costruzione di un nuovo welfare può  e deve garantire possibilità e diritti a quei cittadini delle comunità locali più a rischio di povertà o ai nuovi cittadini, gli emigrati, risorse che la comunità non può  sprecare e che possono invece dare un nuovo contributo di sviluppo sociale e civile ad un Occidente stanco, opulento eppure consunto.
E’ proprio questo il tempo in cui i valori dei territori, i temi della giustizia sociale, di una buona qualità della vita per tutti e della lotta alla povertà devono essere condotti al centro dell’agenda politica di ogni livello di governo.

6.    Governare il villaggio globale
Il mondo si è fatto più piccolo e lo sviluppo di esperienze e progetti di governo democratico e partecipato in continenti a noi più lontani costituisce contributo rilevante di innovazione per quei paesi - e  per l’Occidente tutto - che oggi sono chiamati a rinnovare profondamente la loro cultura democratica. Anche la cooperazione internazionale si concentra sempre più su questi obiettivi, in una logica non più di rapporto donatore/beneficiario bensì di partenariato, nel quale ciascuno dei soggetti in campo può trasmettere esperienze per giungere così a sintesi superiori per ciascuno.
Le relazioni internazionali sono ormai debordate definitivamente dai tradizionali contenitori nazionali, unico luogo dove si decidevano le sorti di milioni: da un lato le istituzioni sovranazionali (politiche, economiche, giuridiche) prendono sempre più campo in quanto maggiormente commisurate alla dimensione dei problemi, dall’altro le comunità locali e regionali sono sempre più i luoghi dove si concentrano conflitti e opportunità di sviluppo.
La funzione di governo delle relazioni internazionali al contempo si dilata e si restringe; trova canali inaspettati attraverso i quali costruire relazioni di dialogo e di pace fra gruppi e comunità separate per generazioni dall’odio e dall’intolleranza; ma vede scoppiare focolai di conflitto etnico o per il controllo delle risorse in luoghi ignorati dalle diplomazie ufficiali. Assetti statali o “imperiali” si disgregano e si ricompongono continuamente, lasciando scie di sangue e vendette, odi etnici e poteri illegali, come sta avvenendo in quell’enorme territorio che era prima Unione Sovietica e che si estende fra l’Europa e l’Asia, fino a lambire i confini del colosso cinese e di quello indiano, o come avviene continuamente dalla decolonizzazione ad oggi nel grande continente africano. Tutto questo ci riguarda, è parte delle contraddizioni del nostro mondo e da noi generate o anche solo osservate, colpevolmente inerti. Questi grandi movimenti tellurici non possono essere governati con provvedimenti contro le minoranze Rom, i lavavetri romeni o la prostituzione perlopiù immigrata di strada: in queste azioni non c’è alcuna idea di solidarietà e responsabilità, c’è solo l’egoismo proprietario di chi vorrebbe solo i benefici della globalizzazione e si rifiuta di vedere tutte le sue implicazioni; in una parola non vi è alcun governo in queste azioni, bensì la rinuncia programmatica a capire e affrontare la complessità del tempo che viviamo.
E’ con questa apprensione, e insieme con speranza, che  guardiamo anche all’Europa, alla vigilia di una consultazione chiamata, in ciascuno dei paesi che la compongono, ad eleggere rappresentanti in grado di affrontare la dimensione sovranazionale di questi fenomeni, dando risposte credibili.
In verità, tutti questi problemi richiedono più governo e, insieme più cambiamento, politico, economico, sociale ma prima di tutto culturale: assumere completamente l’urgenza e insieme la complessità della responsabilità del cambiamento.
Il tempo di agire è oggi ed occorre farlo con una intelligenza già del futuro, che la politica e l’economia di oggi ancora non dimostrano di possedere. Per questo Terra Futura interroga e incalza, in modo non neutrale, il mondo della politica, dell’economia, delle imprese. E lo fa con proposte concrete ma anche con la consapevolezza che le buone pratiche da sole non basteranno se non verranno agiti gli strumenti della politica ad ogni livello.
Terra Futura tiene fede al suo compito mettendo al centro della riflessione della sua 6° edizione, senza ansia ma con serena consapevolezza della posta in gioco, il tema di come uscire dalla crisi e trasformare i suoi effetti depressivi in una occasione per cambiare il sistema economico, sociale e produttivo; in una parola per governare la crisi, e non esserne soggiogati, trasformando i meccanismi iniqui e perversi che hanno governato fin qui le sorti del pianeta in un governo responsabile, sostenibile e solidale, aperto sul futuro e orientato ad una sobria possibilità di felicità per ciascuno. A Terra Futura vogliamo dar voce alla consapevolezza della complessità del governare, mettendo a confronto idee, esperienze, buone pratiche, progetti che ad ogni livello della nostra società stanno dimostrando che con il contributo di tutti gli attori del civile è possibile governare processi economici, sociali, produttivi, politici con finalità, strumenti e metodi innovativi, rivolgendoli finalmente al bene comune.
Le cinque parole chiave – abitare, produrre, coltivare, agire, governare – attorno alle quali è nata l’esperienza di Terra Futura, hanno prodotto frutti buoni in questi anni: progetti locali, proposte politiche, reti di soggetti formali e della società civile, cambiamenti culturali, innovazione di processo e di prodotti. E molto ancora possono offrire anche alla politica e all’economia se vorranno mettere al centro della loro agenda questi temi fondamentali per la vita degli uomini, con una impostazione culturale che mette al centro la responsabilità e la solidarietà per l’uomo. Sentiamo la necessità di aggiornare l’elaborazione e la proposta che dalle cinque parole chiave sono emerse e di condividerle, metterle a valore nell’agire quotidiano di ciascuno, trasformarle in domanda politica e in  interlocuzione verso le istituzioni – locali, nazionali e sovranazionali -  Illuminate tutte, oggi, dall’esigenza irrinunciabile, improrogabile e intelligente di governare il cambiamento.